Non quel ritardo tranquillo da “ce la faccio comunque”, ma quello che ti entra sotto pelle, che ti fa accelerare il passo, sbagliare i binari, chiedere al tabellone di avere pietà.
Il giorno dello sciopero di Landini, poi, come se il destino si fosse divertito ad aggiungere un livello di difficoltà al mio videogioco.
La metro prima e la stazione poi erano un formicaio nervoso.
Voci, annunci, valigie trascinate a passo di corsa, sguardi che cercavano binari come vie di salvezza.
Avevo lo zaino con il portatile e un trolley piccolo, carico del desiderio di tornare a casa in tempo per vedere i miei figli prima che si addormentassero.
Quel treno era la sottile linea rossa tra una buona serata e una notte di assenza.
Il tabellone lampeggiava: Frecciarossa 9480 per Trieste Centrale — in partenza dal binario 1.
Corsi. Una di quelle corse che ti fanno sudare l’anima più che la fronte. Le porte si stavano chiudendo quando le raggiunsi e con lo zaino che mi batteva sulla schiena come un tamburo, saltai dentro alla prima porta utile, senza pensarci.
Classe Executive.
Mi fermai un istante, col fiatone e il cuore che batteva come un motore fuori giri.
L’aria era diversa da quello che mi aspettavo in un treno: fresca, profumata di pelle nuova e silenzio.
Poltrone larghe, vestiti costosi, volti composti. Lì dentro, il tempo sembrava rallentare, come se valesse di più. Sussurri bassi, bicchieri e luci calde.
Passavo tra coloro che non hanno mai davvero fretta, perché la fretta è per chi rincorre.
Mi misi in cammino, attraversando il treno come un viaggiatore di un romanzo di Balzac, in un pellegrinaggio ferroviario attraverso le classi sociali su rotaie.
In Business, la compostezza era quasi rituale. Laptop aperti, cuffie bianche, giacche blu.
Sguardi assorti e dita che battevano ritmiche sulle tastiere o che trasmettevano ordini e richieste in microfoni nascosti tra i capelli, dentro le orecchie.
C’era un ordine invisibile, un galateo del viaggio d’affari. Nessuno parlava a voce alta, nessuno rideva.
Solo lo sferragliare discreto e le notifiche digitali.
Passando in Premium, l’atmosfera cambiava: l’aria era più viva, i colori più vari.
Una famiglia con due bambini, un uomo che leggeva il giornale con la lente di chi si rifiuta di passare al tablet, una ragazza che dormiva col capo appoggiato alla valigia.
Profumo di caffè da termos aperti, biscotti, una briciola di normalità.
Era la quiete dei viaggiatori che si sono guadagnati il diritto a sedersi comodi, ma senza ostentazione.
E poi, infine, la Standard.
La mia. Mi accolse come una città al tramonto.
Il corridoio stretto, le valigie che sbucavano da sotto i sedili, i suoni di mille vite accavallate.
Un ragazzo al telefono che rideva, una signora che cercava di aprire un panino avvolto nella stagnola, due studenti che parlavano di un esame tra una canzone e l’altra, bambini che ridevano di niente.
Sedili più rigidi, spazi più stretti, ma occhi più veri. C’era una leggerezza sincera, quasi contagiosa.
I sorrisi, quelli autentici, li ho trovati lì.
Mi sedetti, finalmente e appoggiai lo zaino tra le gambe, il portatile ancora chiuso. Avrei dovuto lavorare, ma la testa era altrove.
Fuori, il paesaggio correva: campi arati, fabbriche, piccole stazioni dimenticate. L’Italia scorreva come un film visto mille volte eppure sempre nuovo.
Ripensai alla giornata, ai colleghi, alle mail, alle riunioni, ai soliti discorsi che si dissolvono appena chiudi il portatile.
E a quel collega che avevo salutato poche ore prima – un addio gentile, quasi distratto.
“Cambio,” mi aveva detto. “A volte serve capire dove si sta andando, prendendo strade diverse”
Allora non avevo capito quanto fosse vera quella frase.
Il treno correva, e con lui io. Una piccola Italia su rotaie: le classi divise da carrozze e da biglietti, ma unite dalla stessa corsa verso qualcosa che arriva e che parte.
Non verso Treviso, non solo.
Verso casa, certo – ma anche verso un pensiero semplice: che forse tutta la nostra corsa quotidiana è solo un lungo attraversamento, da una carrozza all’altra, alla ricerca di un posto dove sentirsi bene.
E mentre il sole scompariva dietro le colline, mi accorsi che in Standard, tra le chiacchiere, i panini e le risate, c’era davvero più vita che in tutto il resto del treno.
Non la vita perfetta, ma quella che profuma di ritorni, di speranze, di piccole corse vinte all’ultimo minuto.
Quella che, alla fine, ti ricorda perché sei partito.
E soprattutto, perché vuoi tornare.




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