A volte ritornano!

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Oggi mi si è sbloccato un ricordo. Uno di quelli che ti arrivano addosso come un’onda: improvvisa, profumata di passato, capace di toglierti il fiato e farti sorridere con un nodo alla gola.
Mio figlio è in prima media.

Niente di straordinario, fino a qui.

Eppure la sua scuola è la mia scuola.

Quella che non vedevo dal 1984, l’anno in cui avevo ancora probabilmente le ginocchia sbucciate e il diario pieno di scarabocchi.

Oggi, per un’assemblea di genitori, sono tornato lì ed ho varcato lo stesso ingresso, spingendo la stessa porta pesante, quella che allora cigolava come l’accesso ad un antro segreto. Ho sentito subito quell’odore unico, inconfondibile, che solo le scuole sanno avere: un misto di gesso, pavimento lucidato e tempo perso.

Davanti a me la stessa scala, lo stesso corrimano, le stesse mattonelle, ogni gradino un’eco. Ogni passo un ricordo che si svegliava come un vecchio amico addormentato.

Arrivato al primo piano, il cuore mi ha fatto un piccolo sobbalzo: la porta della classe. Lì domina una moderna etichetta bianca — “1 B” — ma di lato, quasi timida e coperta da uno strato di scotch ingiallito, si intravede ancora il cartellino originale della “Prima Sezione C”.

La mia classe.

Quella dove ho imparato ad amare la storia e l’informatica con il prof di italiano (!) e il vero valore dell’amicizia.
Dove ho scritto i primi temi con la calligrafia storta e il cuore che batteva per i primi tumulti ormonali.

Tutto è uguale.

La stanzetta dei bidelli, dove ti facevano il tè se stavi male, la presidenza — dove, vorrei dire di non esser mai stato prima  — e i lunghi corridoi pieni di echi e di murales.

Anche la luce, quella che entra inclinata dalle finestre alte, sembra la stessa e mi sono accorto che, in fondo, non era solo la scuola a essere rimasta lì. C’ero rimasto anch’io, in qualche modo.

Un ragazzino che guardava il mondo con gli occhi grandi, che non sapeva ancora tutto quello che sarebbe venuto.

Forse perché lì, tra quei muri, ho costruito i primi pezzi della mia identità: i primi batticuori, le prime paure, le prime risate che fanno male alla pancia, la prima scoperta del valore e del rischio di essere autonomi.

E forse per questo sono così legato ancora oggi ai miei compagni, e con loro, dopo decenni, condivido ancora una chat che resiste al tempo, ai chilometri, alle vite cambiate cento volte.

A tenerci uniti, c’è anche uno di noi — che di professione fa il caffè. Non un barista, eh … Fa proprio il caffè torrefatto. Quello buono, in grani. Di qualità.

Un artista del caffè, ma anche della memoria.

Qualche anno fa, ad una cena di classe, ci regalò un barattolo con le nostre foto odierne, a distanza di anni, stampate attorno all’etichetta.

Non quelle di ieri (per fortuna o purtroppo) ma quelle di adesso, con le nostre facce vissute e gli occhi che, però, sono rimasti gli stessi.

Quel barattolo lo tengo ancora.

Dentro ci tengo il mio caffè “di scorta”. Quello che apro solo quando tra una call e l’altra, per non restare a secco rischierei di trasformarmi in una belva intrattabile.

È la mia riserva.

Come quella dell’auto, ma per l’anima.

Quando lo apro, prima di versarlo nella macchinetta, mi fermo un attimo. Sento il profumo del caffè e mi pare di sentire anche le voci dei miei amici, le risate nei corridoi, la campanella che suona.

E penso a quanto la vita, in fondo, sia una ruota perfetta: ti porta lontano, ma prima o poi ti riporta dove tutto è cominciato.

E lì, davanti a quella porta con la targhetta nuova e il cartellino vecchio, ho capito che si può avere più di cinquant’anni e ancora emozionarsi come un ragazzino.

Che non c’è età per sentire il cuore fare “toc toc” davanti a un ricordo che ti chiama per nome.

E che, sì, a volte basta un barattolo di caffè e una chat di amici per ricordarti chi sei stato.

E per salvarti, ogni mattina, dal finire il caffè… e te stesso.

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