Il Paradosso di Peter (che si sentiva un impostore)

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C’è chi scala la montagna della carriera con l’entusiasmo di un esploratore, e chi, come me, la affronta come una scala antincendio: solo perché dietro c’è qualcosa che brucia.

E così, un gradino dopo l’altro, sono arrivato qui: a gestire cose che non capisco più, a presiedere riunioni dove tutti annuiscono per non tradire che nessuno sa davvero di cosa si stia parlando.

Secondo il Principio di Peter, ognuno viene promosso finché non raggiunge il proprio livello di incompetenza.

E quando finalmente ci arriva – se non possiede le competenze necessarie per il nuovo ruolo – diventa, per definizione, incompetente.

A quel punto la sua carriera trova l’epilogo.

Nel mio specchio a due facce, sull’altro lato si riflette la Sindrome dell’Impostore.

Quella vocina che sussurra: “Ti hanno scoperto, stavolta. Hai solo avuto fortuna, caro mio. Non è nelle tue corde.”

Io la ascolto, le sorrido, e le rispondo: “No, cara vocina, non mi hanno scoperto… mi hanno promosso!”

E questa, credimi, è la vera punizione.

Un giorno, qualche tempo fa, ho fatto una cosa strana: ho chiesto feedback ai colleghi perchè mi sentivo un brutto anatroccolo nel laghetto sbagliato, pronto a essere becchettato.

Invece mi hanno valangato – sì, lo so, non si dice, ma rende benissimo – di commenti positivi, attestazioni di stima, di piccoli e grandi “bravo” che non avevo mai pensato di meritare.

E lì ho capito che forse il mio problema non era l’incompetenza… ma la convinzione di dover piacere prima di tutto a me stesso per meritare di essere al mondo.

La verità è che viviamo tutti sospesi tra due paure: quella di non essere all’altezza e quella che qualcuno se ne accorga.

E così fingiamo. Con dignità, con stile, a volte persino con PowerPoint. Compiliamo fogli Excel come rosari, mandiamo mail come preghiere digitali, e la sera torniamo a casa chiedendoci se oggi siamo stati bravi… o solo convincenti.

Rimane però una crepa di fondo, un piccolo graffio nell’anima professionale: ti chiedono di fare un lavoro che magari non sai fare, o che non ti piace davvero.

E allora lo fai lo stesso, con la dignità e professionalità di chi aggiusta un orologio rotto sapendo che non segnerà mai l’ora esatta, ma almeno ticchetta con eleganza.

Alla fine, il segreto non è diventare infallibili.

È imparare a convivere con il dubbio e, ogni tanto, offrirgli un caffè.

Perché forse il mondo non appartiene ai competenti, né agli impostori… ma a quelli che continuano a provarci, anche quando non sanno più perché.

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