Senza zucchero

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Ho imparato a bere il caffè amaro per conformismo. Al bar, con gli amici, nessuno girava il cucchiaino, e io cominciavo a vergognarmi della bustina. Così ho iniziato a lasciarla sul piattino. Per qualche settimana è stata una piccola penitenza da bancone. Poi una mattina mi sono accorto che il caffè sapeva di qualcosa. Sapeva di tostato, di un’acidità leggera, a volte di cacao. Lo zucchero non lo addolciva: lo copriva.

Ci ho ripensato stamattina, tra una call e l’altra, davanti all’ennesimo espresso. Mi sono chiesto se si possa fare lo stesso con il resto, se si possa imparare a vivere una vita amara.

Prima però bisognerebbe chiedersi qual è il nostro zucchero. Non parlo dei grandi piaceri: quelli si riconoscono e si pagano. Parlo delle piccole correzioni quotidiane, così abituali che non sembrano nemmeno scelte.

Alcune sono parole. “Tutto bene”, a chiunque chieda, anche nei giorni in cui non va bene niente. “È andata così”, che suona saggio e intanto evita di dire “ho sbagliato”. “Prima o poi ci vediamo”, con persone che sappiamo benissimo vedremo più. “Sono solo stanco”, che va bene per tutto: per la tristezza, per la rabbia, per la noia, per quella cosa senza nome che ogni tanto ti si siede accanto.

Altre sono gesti, e riguardano il tempo. Il telefono tirato fuori in coda, in ascensore, al semaforo rosso: ogni attesa riempita prima che diventi pensiero. La serie che riparte da sola, un episodio dopo l’altro, finché è troppo tardi per parlare. La vacanza prenotata mesi prima, che serve più a farci vivere l’attesa che il presente.

Poi ci sono le cose di ogni giorno. Il pacco ordinato dopo una giornata storta, che arriva quando non ricordi più perché l’avevi preso. Il regalo ai figli al posto del tempo che in settimana non gli hai dato il cuore messo sotto un messaggio che meritava una risposta vera, scritta con il tempo necessario.

Sopra ogni cosa rimane la nostalgia, che è lo zucchero più fine, come quello che si mette sopra il pandoro. Addolcisce il passato quanto basta per non dover guardare il presente.

La cosa che ho capito tardi è che lo zucchero, lo mettevo subito. Non perché il caffè fosse cattivo. Non lo potevo sapere: mettevo lo zucchero prima di assaggiarlo, per paura che non mi piacesse.

Lo zucchero nella vita funziona allo stesso modo. Non arriva dopo il dolore, come consolazione. Arriva prima, per prevenzione. Nessuno di quei gesti è sbagliato, preso da solo. Ma hanno tutti la stessa forma, e così non sappiamo mai davvero com’era la cosa in se: forse era amara o era bruciata, o se era soltanto un caffè forte che chiedeva un minuto in più per capirlo.

E c’è un dettaglio che al bar si impara presto: lo zucchero non toglie soltanto l’amaro. Toglie tutto. L’acidità, la tostatura, la differenza tra una miscela e l’altra. Con due bustine ogni caffè sa di caffè dolce, e basta. Una vita zuccherata non è più felice, è più uniforme. Si perde l’amaro, ma si perde anche il resto, e ci si accorge della perdita solo quando si smette.

Torno alla domanda. Sì, si può imparare a vivere una vita amara, e non sempre è una buona notizia. Conosco persone che l’hanno imparato benissimo. Hanno smesso di aspettarsi qualcosa e chiamano questo maturità. Non si lamentano, non si stupiscono, non chiedono più niente. Sembrano sobri, ma sono solo stanchi. Amaro e amareggiato hanno la stessa radice, solo che il primo è un sapore e il secondo è una condizione.

Il caffè, però, insegna anche un’altra cosa: l’amaro non è il bruciato. Un espresso amaro è buono. Uno bruciato è sbagliato, e basta. All’inizio il palato non li distingue e ti sembrano cattivi tutti e due. Poi impari. E impari anche che il bruciato non si accetta, ci chiede di cambiarlo.

Nella vita c’è un amaro che fa parte delle cose: un no ricevuto, un limite scoperto tardi, un progetto che non va come doveva, una persona che non torna. Quello si impara a berlo, e qualche volta, dopo, ci senti dentro il sapore di qualcosa che lo zucchero avrebbe nascosto. Il guasto è un’altra faccenda. Un rapporto che ti logora, un lavoro che ti svuota, un’abitudine che continua a farti male spesso hanno superato il confine dell’amaro. A quel punto, imparare a sopportarli non basta: bisogna chiedersi come uscirne.

L’ultima riflessione, è che non l’ho imparato da solo. Senza quegli amici avrei continuato con la mia dose di zucchero per sempre, e non ci sarebbe stato niente di male. L’amaro si impara guardando qualcuno che lo beve senza fare smorfie. È più contagio che disciplina.

Il paragone regge fino a un certo punto, lo so. Un caffè dura venti secondi e l’hai ordinato. L’amaro della vita arriva tra capo e collo, senza che nessuno l’abbia chiesto e non sai quanto resterà. Ma forse il punto non è quanto dura. È smettere di correggere tutto subito, per aspettare di vedere che cosa c’è sotto.

Il telefono vibra nella tasca, la prossima call è tra due minuti. Lascio la bustina sul piattino e in ascensore, stavolta, il telefono non lo guardo.

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