Ci sono domande che prima o poi cadono tra capo e collo. Una, in particolare, è inevitabile come le tasse. Può fartela un amico che vedi tutte le settimane, un parente che non vedi dal battesimo, il medico capitato lì per caso o tuo padre, che ancora non ha capito cosa fai per vivere.
“Ma tu, esattamente, che lavoro fai?”
Non ho mai saputo rispondere con precisione. Non ci riuscivo nemmeno quando ero più operativo e seguivo la delivery, che almeno qualche storia buffa da raccontare me la dava.
Ci ho provato, negli anni, e ogni volta succede la stessa cosa: il tempo si allarga. Il mio interlocutore aspetta con la forchetta a mezz’aria, qualcuno versa il vino, in cucina il forno ticchetta. Io resto lì, in uno spazio che per gli altri dura due secondi e per me un’intera riunione di steering committee, senza nemmeno la possibilità di dire “ci aggiorniamo”.
Cerco le parole. Scarto “seguo un cliente”: è vero, ma sembra che lo pedini, e il mio capo magari ne sarebbe pure contento. Scarto il job title, inglese da biglietto da visita, che a quel tavolo suonerebbe come un colpo di tosse in una chiesa. Scarto “gestisco un portafoglio”, perché metà tavolo penserebbe alla Borsa e l’altra metà al mio, e nessuna delle due sarebbe sbagliata fino in fondo. Provo a pensare a una giornata tipo e scopro che non esiste. Mi sforzo di ricordare cosa ho fatto ieri, e mi sovviene solo che ho parlato molto, con molte persone, di cose che dovranno succedere o che non dovranno accadere più.
E lì, tra il primo e il secondo, arriva la rivelazione.
Non è che non lo so spiegare a loro.
È che non l’ho mai capito bene nemmeno io.
Faccio cose, e pare che le faccia anche bene. So cosa dire a un cliente imbufalito alle nove di sera e cosa non dirgli alle nove del mattino. Ma se provo a descrivere il mio lavoro dall’inizio, come si fa con un mestiere vero, mi ritrovo con un elenco di verbi: coordinare, allineare, presidiare, garantire. Verbi seri, verbi da slide. Nessuno di loro ha mai prodotto un oggetto da mostrare.
Così negli anni ho messo a punto una risposta standard, collaudata, a prova di parente: “lavoro con i computer e risolvo problemi”.
Funziona benissimo. Nessuno fa più domande su una cosa che sa di non poter capire fino in fondo, e la conversazione torna sull’arrosto.
Quello che non dico è che un po’ invidio gli altri. I loro mestieri si spiegano da soli. L’ingegnere progetta i ponti, e il ponte è lì: ci passi sopra con la macchina. Il medico salva vite, e infatti nessuno gli chiede che lavoro fa. L’avvocato lo chiami quando hai un problema con la legge, quindi conta per definizione. Il dentista poi ha trovato il modello di business perfetto: guadagna con il tuo dolore, e alla fine sei tu a ringraziarlo.
Persino il pasticciere ha un vantaggio su di me.
Ma a lui ci torno dopo.
Il fatto è che il mio lavoro non produce niente da appoggiare sul tavolo. Io tengo insieme delle cose: persone, aspettative, impegni presi da altri o da me, sistemi che tutti danno per scontati finché funzionano. E tenere insieme non è una cosa che si fotografa.
Per anni ho gestito servizi H24 su processi critici, sette giorni su sette. Il telefono sul comodino non era più un telefono, era la porta da cui entravano i problemi. Potevano passare settimane di silenzio. Poi succedeva qualcosa alle tre di notte, e alle tre e cinque ero in piedi ad aprire una war room, con tutta l’autorevolezza che si può avere in pigiama.
E quando va tutto bene, cosa succede?
Niente. Che è esattamente quello per cui mi pagano.
Faccio un mestiere in cui la qualità si misura in problemi che non ci sono. Non esiste un complimento per il disastro mancato, e in tutti questi anni nessuno mi ha mai chiamato solo per dirmi che andava tutto bene. Nelle rubriche degli altri il mio numero sta nella stessa cartella mentale del carroattrezzi. Ci sono posti peggiori: il carroattrezzi, quando arriva, viene accolto come un eroe.
Ma torniamo al pasticciere. Quasi tutti gli altri mestieri entrano in scena quando c’è un problema. Lui no. Lui lo cerchi quando c’è qualcosa da festeggiare, entra nella tua vita dalla porta migliore e ci entra portando una cosa buona.
Però il pasticciere, per fare la torta, accende il forno. E il forno si accende perché da qualche parte ci sono sistemi che fanno arrivare la corrente, e qualcuno che passa le giornate a fare in modo che non si fermino.
Quindi sì, la prossima volta che me lo chiederanno continuerò a dire che lavoro con i computer. Ma mentre lo dico guarderò il forno che ticchetta in cucina, e un po’ sorriderò.
Perché se l’arrosto arriva in tavola caldo, un po’ è anche merito mio.



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