Ci sono ricorrenze che uno decide di ignorare. Poi c’è LinkedIn, che non ha mai ricevuto la tua comunicazione e se ne frega.
Puntuale come un orologio svizzero: “[Nome] festeggia [numero] anni presso [azienda]!”
Un punto esclamativo solo, ma generoso. Come se ci fosse davvero una notizia da festeggiare dietro quella notifica.
E sotto, i commenti. Colleghi, amici, gente che ti vuole bene davvero o che non ti ha nemmeno mai visto, che ti augura altri dieci anni di successi senza sapere che invece tu hai appena aperto la busta paga e acceso la calcolatrice.
Perché è lì che parte il tuo calcolo. Quanti anni sono passati dall’ultimo riconoscimento vero? Dall’ultimo aumento che non fosse l’ISTAT travestito da premio?
Nessuno di loro ci pensa. Ci pensi tu, da solo. Con il pollice alzato in una mano a ringraziarli e il pallottoliere nell’altra a verificare se il tuo ego viene quotato correttamente.
La domanda è scomoda anche per un altro motivo: arriva sempre nel momento in cui non posso farci nulla. A me arriva a settembre quando i giochi sono già stati decisi per l’anno, e se dovevi chiedere qualcosa, il treno è già passato, o magari si è fermato per non partire più. LinkedIn ha un tempismo perfetto per la vanità ma è disastroso per tutto il resto.
Comunque, visto che il treno è fermo, ne approfitto per pensare. E realizzo che esistono due modi di stare nel mondo del lavoro.
C’è chi cambia azienda, settore, a volte pure città. Ogni salto è un modo per dirsi che si vale qualcosa di più, che si è “convertibili”, che non siamo soltanto la scrivania dove ci hanno messo.
Costa, eh. L’incertezza, il ricostruire ogni volta credibilità e relazioni partendo da zero, quella sensazione di essere sempre l’ospite in casa d’altri. Ma il riconoscimento, quando arriva, arriva da fuori. Da un’offerta, da un colloquio andato bene, da qualcuno che ti sceglie senza doverti conoscere da dieci anni per farlo.
E poi c’è chi resta.
Chi costruisce, anno dopo anno, una competenza che non ha nessun altro. Non perchè sia un genio ma solo per anzianità di servizio.
Si diventa, senza accorgersene, la memoria storica. Quello che sa perché le cose si fanno in quel modo. Quello a cui si chiede “ma tu te lo ricordi?” quando serve un precedente che nessun documento ha mai messo per iscritto. Un sorta di archivio con le gambe. E il con il badge consunto con una foto in cui fatichi a riconoscerti.
È una scelta solida, per carità. Solo che qui il riconoscimento deve arrivare da dentro. Da chi ti conosce già. Da chi dovrebbe vederti senza che tu debba ricandidarti ogni anno come un dipendente del mese che si autopropone.
E quando non arriva, o arriva col contagocce, o arriva sempre un po’ più tardi di quanto speravi, ti resta addosso quella sensazione strana di aver elemosinato una cosa che altrove, forse, ti avrebbero semplicemente offerto all’assunzione.
Io ho scelto di restare.
Da buon masochista non l’ho scelto una volta sola ma l’ho rifatto ogni volta che sarebbe stato più comodo, o più conveniente, alzarmi e andare.
E oggi, davanti all’ennesima notifica, non sono per niente sicuro di aver fatto la scelta giusta.
Non perché sia andata male. È andata, punto.
Ma perché non saprò mai come finiva l’altra versione della storia. Quella in cui a un certo punto partivo, invece di restare ancora un anno. E poi un altro. E poi vabbè, ormai.
Intanto i commenti continuano ad arrivare. “Congratulazioni!” “Che traguardo!” “Il tempo vola!”
Verissimo. Vola, e nel frattempo io conteggio solo presenze.
Rispondo con lo stesso pollice in su di sempre, pensando che un algoritmo capace di ricordarsi questa data potrebbe avere anche il buon gusto di ricordarla a chi potrebbe farci qualcosa. L’ufficio del personale, che so, il mio capo.
Ma quello, temo, non sia ancora previsto nell’ultimo aggiornamento.



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