Il Capodanno vero

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A gennaio si fanno le liste, i buoni propositi, i brindisi. Champagne a mezzanotte, l’abbraccio di rito, la promessa di iscriversi in palestra che qualcuno, da qualche parte, sta già facendo per la trentesima volta consecutiva. È un capodanno vero solo sulla carta: il calendario cambia, ma a gennaio, diciamocelo, non cambia in realtà quasi niente. Si è ancora dentro l’inerzia delle feste, con l’ufficio mezzo vuoto e le prime due settimane che scivolano via come un prolungamento delle vacanze che nessuno osa chiamare così.

Il vero primo dell’anno, quello che conta davvero, cade a settembre.

È lì che si chiude un ciclo e se ne apre un altro sul serio. Si torna, abbronzati o no, riposati o no, e si trova sulla scrivania (o più probabilmente nella casella di posta, con oggetto in maiuscolo e scadenza già passata) il vero rito di passaggio dell’anno lavorativo: il budget. Non un buon proposito scritto su un tovagliolo la notte di Capodanno, ma un documento vero, con numeri veri, che deciderà come andranno i prossimi dodici mesi, quanto si potrà crescere, dove, con chi, e a quali condizioni.

Settembre non perdona. Non ti lascia la scusa delle feste, non ti concede la sospensione di gennaio in cui tutti si muovono piano perché “tanto siamo appena rientrati”. A settembre si riparte già a pieno regime, e lo si fa con un compito preciso: fare i conti, letteralmente, con quello che si voleva diventare e quello che si è diventati per davvero. Il budget è la forma più onesta di bilancio consuntivo mascherata da previsione: guardi indietro per capire quanto ti eri illuso, e guardi avanti sapendo già, in fondo, quanto ti illuderai di nuovo.

C’è qualcosa di quasi liturgico in questo rito che nessuno chiama così. Le call si accavallano, i fogli Excel si moltiplicano, ogni responsabile difende il proprio pezzo di futuro come un feudo, e in mezzo a tutto questo, tra una proiezione ottimistica e un taglio inatteso, si decide silenziosamente chi saremo, professionalmente parlando, fino alla prossima estate. Non c’è brindisi, non c’è conto alla rovescia. C’è una slide con su scritto “FY successivo” e la sensazione, per chi lo vive da abbastanza anni, che quello sì sia l’inizio vero.

Forse è per questo che i buoni propositi di gennaio non tengono mai fino a febbraio: arrivano nel momento sbagliato dell’anno, quando il corpo e la testa sono ancora in modalità sospesa, e nessuno, davvero nessuno, ha voglia di ricominciare sul serio con la coda del panettone ancora in frigo. I propositi di settembre, invece, quelli non dichiarati, quelli che si nascondono dentro una riga di budget o in un obiettivo commerciale, quelli tengono. Perché non sono scritti per convincere se stessi davanti a un calice. Sono scritti per essere raggiunti, verificati, e, se va male, spiegati a qualcuno a marzo.

Il vero capodanno non ha fuochi d’artificio. Ha una scadenza, un file da consegnare, e la stessa identica domanda di sempre, posta però nel momento in cui davvero si è pronti a rispondere: cosa voglio che sia diverso, quest’anno, rispetto a quello appena chiuso?

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