Consolandomi con l’idea che il sole ha fatto un intero giro della Terra solo per farmi gli auguri, oggi compio 56 anni. Il fisico, va detto senza troppi giri di parole, comincia a presentare il conto: qualche mattina si sente, qualche gesto che una volta era automatico ora chiede un attimo di attenzione e qualche “oplà” in più.
Ma è uno scambio, non solo una perdita. Quello che il corpo cede, la testa lo restituisce sotto altra forma: si chiama consapevolezza, e arriva sempre più tardi di quanto vorremmo, ma arriva.
C’è un momento preciso in cui smetti di chiederti “cosa penseranno gli altri?” e cominci a chiederti, con una certa sorpresa un po’ imbarazzata di chi scopre l’acqua calda: “e io, invece, cosa voglio?”. Non è un gesto di ribellione, niente giacca di pelle e moto comprata d’impulso per soddisfare un desiderio di mezza età. È più simile a togliersi una giacca stretta che si portava da anni convinti fosse quella giusta, solo perché te l’avevano detto in tanti e della quale non avevi controllato la taglia.
Da qui in poi, meno rimpianti, più tempo per me. Meno persone da accontentare, più persone da scegliere (esercizio meno accogliente di quanto suoni sui social, perché non significa barricarsi in casa con la scusa dell’autostima, ma smettere di trattare ogni relazione come un abbonamento che si rinnova automaticamente anche quando non lo usi più). Meno sensi di colpa, più no, detti con la serenità di chi ha finalmente capito che piacere a tutti non è un obbligo previsto da nessun regolamento.
E poi c’è una regola semplice, che ho rubato al nome di un ristorante aretino geniale nella sua sfacciataggine, come solo i toscani sanno essere: “Quel che c’è, c’è!”. Antidoto elegante alla pretesa di avere sempre tutto, sempre disponibile, sempre a richiesta, come se la realtà fosse un menu infinito e non una cucina con un frigo vero. Mi sembra la sintesi perfetta di quello che intendo. Non è una forma di rassegnazione, è l’opposto: è smettere di forzare la mano alla realtà per farla sembrare diversa da com’è. In un ristorante significa cucinare quello che nel frigo si trova quel giorno, senza fingere di avere il salmone se in cella c’è solo il baccalà. Nella vita significa la stessa cosa, applicata alle persone: chi c’è, c’è. Chi non c’è, pazienza. Nessuna ansia da prestazione, né in sala né altrove, nulla da inseguire o false maschere da sostenere. Questo siamo, questo vogliamo essere e offrire, così nella ristorazione come nella vita.
Il cellulare, in questo schema, può anche prendere un po’ più di polvere. Non è un gesto plateale contro la connessione permanente, è solo una conseguenza naturale: se scegli le persone invece di accontentarle tutte, hai automaticamente meno messaggi a cui correre dietro.
Perché la vera svolta, non è cambiare vita da un giorno all’altro, quello lo lasciamo ai buoni propositi di gennaio, che difficilmente sopravvivono alla seconda settimana di febbraio. La vera svolta, molto meno cinematografica ma decisamente più duratura, è cominciare finalmente a scegliere se stessi. Con lo stesso pragmatismo di chi apre la dispensa, guarda cosa c’è davvero e decide di cucinare con quello.
Senza rincorrere salmoni nei fiordi norvegesi.




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