La paura del mare (o di amare?)

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È un po’ che non scrivo, ma è stato un periodo impegnativo sotto molto aspetti. In particolare questa settimana è stata una di quelle che andrebbero archiviate con la dicitura: “Sopravvissuti per miracolo”.

Lunedì mattina, sveglia alle sei e mezzo. Prima call alle otto, già in ritardo di cinque minuti perché qualcuno ha dimenticato di condividere qualcosa, forse io. Martedì, quattro riunioni sovrapposte. Mercoledì, quel momento classico in cui ti accorgi che la mail che hai mandato alle sette non è arrivata a nessuno perché hai sbagliato indirizzo. E giovedì quando ti ritrovi a spiegare per la terza volta lo stesso concetto a tre persone diverse, in tre call diverse.

Le mail si moltiplicano come conigli. Rispondi a una, ne arrivano tre. Le scadenze bussano alla porta con la delicatezza di un ariete medievale. Venerdì sera chiudi il portatile e senti le tempie e l’ansia che pulsano al ritmo di tutte le notifiche ignorate.

E poi finalmente arriva il sabato, 14 febbraio.

Come un porto dopo mare mosso. Come quando spegni il motore e senti solo il silenzio ristoratore, non quello finto delle pause tra una call e l’altra. Il silenzio in cui puoi respirare profondo e accorgerti che sono giorni che non lo facevi davvero.

Mi preparo un caffè senza guardare l’orologio. Un lusso raro. Mi siedo, tengo la tazza tra le mani. Fuori c’è quel tipo di luce pulita che hanno solo i sabati mattina quando non hai niente da inseguire e sei da solo.

E allora mi fermo. Mi fermo davvero.

E penso a te.

Amore mio, noi non siamo stati una cartolina lucida da vetrina. Non siamo la coppia da slogan perfetto e tramonto sincronizzato. Non abbiamo mai avuto la foto con l’hashtag giusto al momento giusto.

Abbiamo fatto i conti con salite vere, quelle che ti tolgono il fiato, quelle in cui ti chiedi se hai ancora forza nelle gambe, se ce la farai ad arrivare al prossimo tornante o se è meglio mollare tutto e sedersi sul ciglio.

Ci sono stati momenti duri. Telefonate che non dimentichi, quelle che ti cambiano il respiro. Quelle notti in ospedale con le luci al neon che non si spengono mai e il rumore dei passi nel corridoio. Quella diagnosi che ha riscritto i piani, che ha trasformato il futuro in qualcosa di diverso da quello che avevamo immaginato. Perdite importanti vicino a noi, punto di riferimento.

La stanchezza. Non quella normale, quella del lavoro. Ma quella profonda, viscerale, che ti svuota, la stanchezza di chi passa mesi a fare il pendolare tra casa e terapie, di chi impara a decifrare i silenzi, di chi deve essere forte quando vorrebbe solo crollare.

Le paure. Quelle che ti svegliano alle tre di notte e non ti lasciano più dormire. La paura che il dolore sia troppo grande per essere contenuto. La paura che un giorno ti guardi allo specchio e non ti riconosci più, consumato dal peso di tutto quello che hai dovuto portare.

I silenzi. Quelli in cui le parole non servono perché tanto non basterebbero mai. Quelli in cui ti tieni per mano e basta, perché è l’unica cosa sensata da fare quando il mondo intero sembra impazzito.

Eppure ogni volta, senza troppi discorsi altisonanti, senza dichiarazioni da film, abbiamo fatto la cosa più semplice e più difficile del mondo: siamo rimasti.

Uno accanto all’altra.

Non perché fosse facile. Non perché il dolore magicamente scomparisse. Ma perché – e questo l’ho capito piano piano, un passo dopo l’altro – la vita vera non è quella senza tragedie. È quella in cui le tragedie non le affronti da solo.

Quando il mondo crollava, tu c’eri. Quando non avevo più forze, mi hai tenuto in piedi. Quando piangevi, ti ho stretto forte. Quando sembrava che il buio non sarebbe mai finito, abbiamo acceso insieme una luce, anche piccola, anche tremolante.

Abbiamo aggiustato la rotta. Ogni volta che il destino ci ha deviato dal sentiero che avevamo scelto. Abbiamo imparato a camminare su terreni che non conoscevamo, ad affrontare salite che non ci aspettavamo, a trovare nuove strade quando quelle vecchie non esistevano più.

E non abbiamo mai smesso di camminare nella stessa direzione.

E forse è questo il punto che non ti spiegano nei film romantici, che non sta scritto nelle frasi fatte che girano il 14 febbraio.

Il viaggio più bello non è quello comodo. Non è quello senza imprevisti, senza deviazioni, senza tratti in cui ti viene voglia di fermarti e tornare indietro.

È quello in cui ti guardi accanto e sai che qualunque sia la pendenza, qualunque sia la tempesta, qualunque sia il peso che porti sulle spalle, non stai salendo da solo.

È quello in cui la strada può essere ripida, il fiato può mancare, i muscoli possono bruciare, ma c’è una mano che puoi stringere. Una presenza che ti sostiene. Uno sguardo che dice “andiamo avanti” anche quando andare avanti sembra impossibile.

Il più bel viaggio dobbiamo ancora farlo.

Non perché ci manchi qualcosa. Non perché quello che abbiamo fatto finora non conti.

Ma perché siamo ancora in cammino. Perché il sentiero continua. Perché ci sono ancora curve che non abbiamo visto, panorami che dobbiamo scoprire, passi che dobbiamo fare.

E alla fine non conta la meta, non conta la distanza percorsa, non conta quante volte sei inciampato o hai dovuto fermarti a riprendere fiato.

Conta con chi affronti la salita.

Conta la mano che trovi quando perdi l’equilibrio.

Conta la voce che dice, quando le gambe tremano e vorresti sederti: “Andiamo. Anche piano. Ma insieme.”

Conta sapere che se cadi, qualcuno ti rialza. E che se è l’altro a cadere, sei tu a tendergli la mano.

Conta sapere che nei giorni più bui, quando tutto sembra perduto, c’è qualcuno che non ti lascia solo. Che ti tiene. Che resiste insieme a te.

Fuori la luce del mattino è diventata più forte. Il caffè si è raffreddato. Ma io sono ancora qui, fermo, con questo pensiero che mi scalda più di qualsiasi bevanda calda.

Buon San Valentino, compagna di vita.

Il mare non mi fa paura.

Senza di te, sì.

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